domenica 8 novembre 2009

Verso Bundun, seconda parte.


Il post di oggi è la continuazione del brano di André Cane "Verso Bundun".
Nella seconda parte ci vengono elencati e come si svolgevano i lavori che si facevano nell'orto.
Vi è poi una parte dedicata ad un personaggio un po' " strano", una sorta di eremita che abitava in un "casone", una casa di pietra di campagna, “Antò de Peluga”.

Scrive Andrè Cane: "Spiavamo il debole eco dell’Angelus scampanellato da “Badin” a significare
che il ritmo delle giornate, allora, era segnato dalle campane, oggi invece.....

L'immagine che accompagna il post è la copertina della rivista " Nice Historique"di giugno/luglio 2006, anno della sua morte. Questa rivista è l'organo ufficiale dell'accademia nizzarda, l'accademia che si occupa di storia in Costa Azzura fondata da Enrico Sappia

Immagine reperita in rete

L'omaggio di un numero monografico di una rivista così importante, non può fare altro che alimentare la notorietà di André Cane, un omaggio a una persona che è riuscita a fare della sua grande passione, la storia, una ragione di vita.
Con il suo " Au fil de la Nervia" ci ha regalato spaccati vita quotidiana, ricordi di scene di strada, ricordi dei ritmi e dei costumi cittadini che forse sarebbero andati perduti.

"Verso Bundun" seconda parte

Di André Cane
Traduzione di Nadia Veziano

Quello che temevo arrivava, perché non mi piaceva per niente quel luogo cupo e triste che raggiungevamo dopo un’ora e trenta di cammino.
Non potevo oppormi, perché temevo la severità di mia zia.
Partimmo dunque nel fresco mattino quando la cima del Toraggio si stagliava appena, alle prime luci dell’alba.
Formavamo un doppio duetto. Ero davanti, un sacco vuoto sulla spalla sinistra.
Con la mano destra, un po’ molle, tenevo la piccola corda che mi univa al collare della nostra capra.
Una bestia magnifica, dal manto color latte e miele, indomabile, come tutte le capre degne di questo nome.
Mio zio e mia zia, seguivano. Lui, con una “ barii” (barile) ben nascosto sotto una tela di sacco e posato con precauzione su un “pagliassu” .
Lei, con un grande cesto sulla testa dal contenuto leggero:
la sua inseparabile “mesuia” ( falcetto) e quello che era il nostro frugale pasto di mezzogiorno, un grosso pane raffermo, qualche pomodoro, due cipolle, qualche presa di sale, e un grosso fiasco di olio.
Quanto al bere, lo trovavamo sul posto sotto forma di un sottile filo d’acqua che scorreva tra due larghe lastre di pietra grigia.
Camminavo senza fretta, zitto e rimuginando malinconico.
Arrivati al ponte della “ Molinella” lasciavamo la strada e il suo morbido tappeto di polvere che i miei piedi scalzi sfioravano con sollievo.
Ci inoltravamo su un sentiero pietroso. All’inizio, azzardavo una pausa, rivolgendo uno sguardo implorante ad una vecchia cappella già corrosa dagli anni, la sua nicchia era protetta da un tetto di sottili lastre di ardesia e sormontata da una croce di ferro.
In basso, un bouquet di fiori di campo, testimonianza toccante del culto per la Madonna, il cui volto dai tratti appena visibili, risaltava su un affresco del muro.
Il nostro cammino riprendeva più lento dopo la prima salita, in cima alla quale troneggiava una lunga roccia piatta ad altezza di schiena .
Era uno dei tanti “ posaui “ predisposti sui sentieri.
Quelli che scendevano carichi, ed era sempre il nostro caso al ritorno, posavano qui il loro fardello per qualche minuto di riposo, prima di affrontare l’ultima tappa.
Era anche l’inizio del calvario per i miei poveri piedi nudi, torturati dalle asperità del suolo. Inoltre, dovevo tirare sempre più la corda per fare avanzare la capra, tentata dal tenero fogliame lungo il sentiero, e soprattutto dalla fascia di nostro cugino “Bedò” dove si alternavano fitte file di fagioli e mais.
Dovevo in quel passaggio critico, radunare tutte le mie forze e l’aiuto di mia zia per resistere alla trazione della bestia.
Dovevo impedirle con ogni mezzo di ripetere il disastro che aveva provocato, in meno di un minuto, l’anno prima.
All’ arrivo nel luogo delle nostre fatiche, ci dividevamo l’ingrato lavoro.
Mio zio versava il fertilizzante della “barii” nella giara sotterrata in un angolo, sotto una “topia” (pergolato) ombrosa ricoperta di vite.
Aggiungeva al contenuto e a quello che già avevamo portato, quattro volte il suo volume di acqua. Dopo aver energicamente mescolato il liquido con un bastone, cominciava subito, munito di un secchio e di una zucca vuota, la distribuzione ben dosata, alla verdura che cresceva nelle due grandi fasce che possedevamo.
Io e mia zia andavamo con due secchi - il mio era più piccolo- al bordo di un minuscolo laghetto che offriva le sue acque turchesi al vicino vallone.
Passando, sbirciavo con interesse e con cognizione di causa, il livello dell’acqua nel pozzo profondo, il cui contenuto serviva a innaffiare, secondo orari prestabiliti e a turno, le nostre terre e quello degli altri vicini.
Era quasi vuoto. Ciò voleva dire che il nostro lavoro sarebbe stato lungo e faticoso.
Dovevamo allora, con i piedi nell’acqua, attingere con i nostri secchi e far precipitare il contenuto in uno stretto rigagnolo erboso, che al termine di un percorso sinuoso di circa duecento metri, aveva il pozzo come punto di arrivo.
Questo esercizio sfiancante, perché eravamo sempre curvi, si prolungava fino a che la quantità d’acqua non avesse raggiunto il volume necessario per poter innaffiare.
Verso le undici, il sole d’ agosto quasi verticale, con i suoi raggi implacabili sulle nostre schiene, aumentava la nostra fatica.
Pochi istanti di pausa mi permettevano di osservare a dieci passi una grossa lucertola verde. Era immobile sul bordo del laghetto là dove l’onda immobile e scintillante moriva sul fondo liscio e grigio di lastre scistose.
Non era per niente turbata dal nostro trafficare.
La sua bocca si apriva di continuo, come se volesse inebriarsi di canicola.
Sporgendomi più da vicino sullo specchio d’acqua, potevo seguire le tracce e i fremiti appena percepibili che le idrometre ( ragni d’acqua) pattinatrici vi tracciavano con graziosi e veloci movimenti.
A volte, un gesto brusco provocava la fuga di una biscia indifferente dalle scaglie verdi e gialle. La vedevo sparire velocemente nell’intricata e folta vegetazione di giunchi, rovi e canne che invadevano gli argini.
Spiavamo il debole eco dell’Angelus scampanellato da “ Badin” per fermarci e consumare all’ombra della topia una specie di pranzo.
Mia zia tagliava il grosso pane e divideva sulle due metà pomodori e cipolle, spolverava di sale, poi spalmava senza risparmio il nostro meraviglioso olio limpido e dorato.
Magro menù certo, ma sano, oh! quanto, se lo confrontiamo al cibo raffinato e sofisticato d’oggigiorno che lusinga il nostro palato ma rovina il nostro organismo.
Annaffiavamo quel piatto unico e freddo con alcuni sorsi d’acqua fresca e chiara che facevamo sgorgare da una brocca, riempita alla sorgente del ruscello.
Al pranzo frugale seguiva un’eccellente siesta di un’oretta che ci concedevamo, coricati su un sacco, per terra.
Il pomeriggio era dapprima dedicato alla raccolta di fagioli, pomodori e altre verdure.
Poi mio zio liberava in parte, con l’aiuto di una grossa pietra il robusto tappo di quercia che ostruiva il pozzo e ne regolava il flusso.
Cominciavamo subito ad annaffiare, questo era l’incombenza di mia zia che, armata di una “ sapa ” ( zappa) dirigeva il getto in ogni solco di fagioli, pomodori, melanzane, mais…
Questa fastidiosa e monotona incombenza durava più di due ore, ritmata solo dal rumore secco e regolare della zappa che spostava la terra o dai saluti amichevoli di coloro che andavano o tornavano da “ Ansa” o da “ Marcora” o da “Antò de Peluga”, un celibe rude e sempliciotto ma gioviale che ci dilettava con i suoni nasali del suo flauto di canna.
Era per la maggior parte del tempo seduto sulla porta del suo “ casun” ( casolare) che confinava con il nostro terreno, in un totale ozio, abbigliato con una camicia e un pantalone ricoperti di macchie e ripetutamente rattoppati.
I suoi piedi, che non ho mai visto ne puliti ne con le scarpe, mostravano sotto la pianta uno spesso strato calloso,nero ma protettivo.
La sua ricca capigliatura aveva rinunciato da tempo alle forbici, al pettine e al sapone. Insomma, un individuo perfettamente integrato nella natura e adattato a una vita semiprimitiva.
Mio zio, terminata la sua concimazione, confezionava un voluminoso fardello di rami e d’erba per la nostra capra e i pochi conigli che abitavano la nostra stalla in paese.
La via del ritorno ci vedeva sempre, tutti e tre, con un fascio.
Mio zio si era messo sulla schiena la “bari” vuota e un grosso fascio d’erba.
Mia zia si era posta sulla testa un sacco di patate e si apprestava, camminando, a continuare il lavoro a maglia ( una calza) che aveva iniziato salendo.
Io conducevo la capra apparentemente sazia e impedita nel suo cammino dalle mammelle ingrossate e cadenti, obbligandomi non più a trattenerla ma al contrario, a tirarla . Nuova fatica per me che ero impacciato nei movimenti dal dover tenere sulla spalla sinistra una grossa zucca che avrebbe fatto parte del nostro menù l’indomani.
Non tralasciavo mai, prima di riprendere il camino, di andare lì vicino in un minuscolo ruscello tappezzato di muschio.
Mi rinfrescavo i piedini stanchi e mi dissetavo al filo d’acqua, visitato da vespe svolazzanti, che precipitava verso valle in mormoranti cascatelle.
Lasciavamo Bundun quando ormai il sole calava, in una apoteosi color sangue e oro dietro i fitti uliveti che ci dominavano dall’alto.
“ Antò” il flautista improvvisato, taceva.
Appoggiato alla porta del suo povero alloggio, dove restava da solo per lunghi mesi, ci salutò con un cordiale “ bona ”.
Oltre la soglia scorgevo l’unica stanza fumosa e color della notte.
In fondo il camino dove danzava un grande fuoco che lambiva una marmitta di terra posata sulle pietre.
Il nostro vicino si preparava la minestra per tre giorni.
D’altronde l’avremmo rivisto a breve perché avevamo deciso di zappare, per la semina autunnale delle fave e dei ceci, la fascia di sotto.
Lavoro che si sarebbe eseguito con quel faticoso attrezzo che era il “ magagliu” strumento estremamente famigliare col suo manico corto e robusto e i suoi due becchi appuntiti e lucenti per l’usura.
Lo vidi innumerevoli volte sulle spalle maschili che oltrepassavano il ponte, così come “ la mesuia” che spuntava dal cesto delle donne .
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venerdì 6 novembre 2009

Verso "Bundun", di André Cane


Il libro di André Cane ci racconta la quotidianità a Isolabona nei primi decenni del XX secolo.
Dal brano che vi propongo oggi possiamo rivivere come l'energia elettrica illuminava le case di Isolabona, qui vi parlai della prima centrale elettrica della val Nervia con sede a Pigna, la centrale iniziò a erogare energia elettrica nel 1901 nel paese di Pigna, Isolabona dovette aspettare ancora un po'.
Oltre a raccontarci dell'energia elettrica, ci fa scoprire che il sale che si usava a quei tempi non era il sale che oggi troviamo sulle nostre tavole, ma era di un colore scuro, grigio e pieno di impurità..... ci fa conoscere come i lavori della famiglia erano organizzati e come si collaborava.
Il brano è molto lungo, oggi pubblico solo la parte riguardante la cena e i lavori che ne seguivano,
domani la seconda parte.


Brano tratto da Au fil de la Nervià
Di André Cane
Traduzione di Nadia Veziano

Verso “ Bundun”

Avevamo appena finito la nostra cena: una immancabile e spessa zuppa “ au pistu” (al pesto) preceduta da un non meno abituale “ cundiun “ (insalata di pomodori).
Come sempre, fummo obbligati ad accendere il nostro lume ad olio, fumoso e tremolante, per supplire alla poca luce delle due sole lampadine che rischiaravano la nostra casa.
Queste ci concedevano, solo a intermittenza, l’arrossamento appena percettibile dei loro filamenti.
Udii di nuovo mio zio ricoprire di ingiurie il responsabile di quella irritante penuria, un certo “ Marcè da luxe” (Marcello della luce).
Questo personaggio, che si vedeva a intervalli irregolari attraversare il paese veloce come il vento - per sfuggire alle recriminazioni degli utenti - forniva quando poteva, una capricciosa corrente elettrica.
La sua cabina elettrica - che non ho mai avuto l’occasione di visitare - si trovava, mi avevano detto quasi a Pigna.
Non poteva che essere, in effetti, una installazione rudimentale e desueta, dal momento che non traeva beneficio dagli eccessi di pioggia, ne da quelli della siccità.
Questi due fattori naturali, quando persistevano, avevano il triste privilegio di privarci della luce.
A queste calamità idrauliche, si dovevano aggiungere le panne tecniche e quindi solo una decina di giorni al mese, di media, potevamo girare i nostri interruttori con qualche successo.
Calmata la sua collera e assicurato un modesto e localizzato chiarore,
mio zio vuotò sul suolo in cemento della cucina, un sacco pieno di nocciole.
Era una piccola parte del copioso raccolto che ci procuravano, tutti gli anni, i superbi noccioli della “ Cupeia ” e di “ Veonixi ”.
L’ingrato compito, che consisteva nel liberare la nocciola dal suo involucro foglioso, cominciava, senza gioia per me, perché le mie piccole e vulnerabili dita uscivano doloranti da quel sgusciare difficoltoso.
Devo confessare, che per ridurre un po’ la durata di questa corvée e offrirmi un piacevole diversivo, avevo chiesto di lasciarmi pestare il sale nel nostro pesante pestello di pietra.
Un sale grosso, grigio sporco, pieno di impurità, l’unico che aveva “ Gè u tabachin “, pallido sopravvissuto dei gabellieri medioevali, ma unico e ufficiale rivenditore.
Mio zio e mia zia, come facevano ogni sera, passavano in rassegna i lavori della campagna e fissavano per il giorno dopo, quelli più urgenti.
E’ così che udii, improvvisamente, il nome di “Bundun”. continua....
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giovedì 5 novembre 2009

Ecco la soluzione del crittogramma sinonimico.

"Corrispondente romano dell’Unità"

Questa è la soluzione del crittogramma sinonimico.

Giovanna ha scritto:
"Manifestazione romana dell'unità"

mentre Annarita ha scritto:
"RAFFIGURAZIONE ROMANA DELL'UNITA"

Secondo me sono state bravissime, ora non saprei dire se dal punto di vista enigmistico il crittogramma sia stato risolto correttamente o se dal punto di vista matematico il termine corrispondente sia il più corretto.

Sono state bravissime, voi cosa dite?
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mercoledì 4 novembre 2009

Invito per le mie amiche matematiche, Annarita e Giovanna, a risolvere il crittogramma sinonimico

Questa sera ho ricevuto una mail da Marino Cassini, vi era un allegato.
Che Marino mi abbia preso in simpatia lo capisco dal materiale che mi invia, materiale che ritengo importantissimo per la memoria storica del nostro piccolo paese, per questo gli dico grazie.
Nell'allegato vi era anche un crittogramma, che a detta sua è molto difficile.
Vorrei invitare a risolverlo tutti voi ma soprattutto le mie amiche matematiche, annarita e giovanna perchè in questo crittogramma c'è soprattutto della matematica e forse loro potrebbero risolverlo;))
....dimenticavo poi c'è lui in mio amico di facebook Stefano, che è un grande esperto!!!
A tutti voi dico buon divertimento confessandovi che mai e poi mai avrei trovato la soluzione.....


Crittogramma sinonimico: 14, 6, 4, 5

I

(Aiuti per chi vuol provare a risolverlo:
Non si tratta di una lettera.Ma di un numero.
Che cosa rappresenta quel numero nell’ambito della matematica
Ha a che fare con un popolo italico del passato
Ha a che fare col giornalismo di sinistra.
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martedì 3 novembre 2009

Quattro Novembre...per non dimenticare i ragazzi del 99

Mio nonno Giuseppe Borali

Domani sarà il quattro novembre, data storica della fine della prima grande guerra.
Come sapete, grazie all'amico e storico Paolo Veziano, che ha trascritto il diario di prigionia del nostro compaesano Mario Cassini, custodito fino a oggi dal nipote Gianmario, possiamo leggere le testimonianze di un prigioniero isolese in Austria.
E' una testimonianza cruda, che risalta l'aspetto umano di questa terribile guerra.
Sono passati ben 91 anni dalla fine di questa atroce guerra, ma leggere questa testimonianza mi fa riflettere, non posso fare a meno di pensare a mio nonno che come tanti altri giovani hanno dovuto lasciare le famiglie e sopportare stenti di ogni genere.
Mio nonno, come Mario Cassini, è tornato dalla sua famiglia portandosi dentro chissà quante pene, fu il prezzo della sopravvivenza, prezzo che non hanno potuto pagare tutti quei "ragazzi del 99" che a soli diciotto anni furono mandati in battaglia e che hanno perso la vita per questa nostra Italia, una generazione, quella del 99, che fu quasi sterminata.....


Dal diario di Mario Cassini

[...]
Stò compiendo il 14° mese di questa mia vita collegiale, dopo aver passato tanti guai nelle lunghe giornate del scorso estate e nelle più lunghe ancora del rigido inverno, mai hò pensato di radunare una serie di questi indimenticabili momenti, solo adesso hò deciso di ricordare una collezione di episodi i quali presi dal vero dove assistetti di mia presenza e dove toccai di mia pelle.
Questo disgraziato foglio il quale ci inchiostro queste righe di dolore, mi rincresce che sia carta straccio, vorrei che fosse carta pecora che non avesse tanto a lacerarsi.
Naturalmente quando un giorno sarò nel mio ridente paese non vorrò più ricordarmi di queste angosce che stò ora passando, ed di miei figli potranno leggere con giudizio la mia vita, così potranno odiare, maledire e vendicare quanto sofferse suo padre.
Del poco e debole cervello che ancor mi è rimasto per le peripezie passate (cioè: fame freddo, pidocchi, calciate di fucile e bastonate) ricordo ciò che nessuno scrittore, nessun chiaravalle ha mai osato a descrivere, ha mai pensato ciò che avrebbe potuto passare un prigioniero italiano in Austria.
Voi hò legitori: non state a dar del matto a chi scrisse queste righe, piuttosto pensate che le parole che dice un prigioniero sono altrettanto preziose di quelle che sta dicendo un padre quando muore assistito dai suoi figli.
La storia d’Italia ricorda le cinque giornate di Milano, io ricordo le otto giornate di Trento, dove là provai la disperata fame.
Si trovavano là circa 25 mila prigionieri fatti in quattro hò cinque giorni, niente c’era di preparato, solo grandi gabbie di filo di ferro spinoso, dove in ognuna di esse stavamo 500.
Il rancio una volta al giorno. All’avvicinarsi di questo assomigliavamo iene in un seraglio quando vedono in mano al domatore un pezzo di carnaccia di vecchio asino che dopo se la divorano rabbiosamente.
Le sentinelle battevano senza pietà per tenerci all’ordine perché oltre il poco rancio qualche d’uno rimaneva senza.
Eravamo tutti da una parte, e per due, passando uno prendeva tanta polenta come un limone, l’altro un mescolo d’acqua calda con dentro poche grane d’orzo ed ambedue si passava dalla parte opposta dividendo minutamente quel magro cibo (cotto senza sale) che non sarebbe neanche bastato ad un pulcino.
Il sole era cocente, eravamo di Maggio, non c’era neanche l’ombra d’un filo d’erba, eravamo sdraiati come tante lucertole, ed ognuno di noi ricordava in Italia il buon rancio che si buttava via, pensavamo alle nostre famiglie le quali erano senza nostre notizie ed il tardo momento che avrebbero ricevuto, e pensavamo anche che sin al domani nel nostro corpo non c’entrava nulla.
L’acque da bere era poca e cattiva.
La notte era rigida.
Alla mattina ci trovavano a gruppi come tante nidiate di topi coperti di brina, stretti stretti senza esserci mai conosciuti.
Chi aveva la mantella per coprirsi e chi era vestito in tela, figuratevi con quella pancia vuota come si dormiva bene.
Il 6° e 7° giorno avevamo già il mento affilato per il combattere questi tre nemici cioè: caldo freddo e fame.


Sigmundesbergh
Il 25 ci portarono al concentramento a Sigmundesbergh camminando due giorni in treno sempre in salita.
Il primo giorno sempre traversando boschi d’abeti senza nulla d’abitato, il 2° giorno tutto pianura, campi di segala, parmora e patate e null’altro.
Il freddo era intenso; il concentramento era situato in una vasta pianura, vi erano oltre cento baracche ben ordinate, in ognuna di esse stavamo in 300.
Il cibo era meno che a Trento.
Alla mattina un piccolo mescolo di tè, senza rum e senza zucchero, era acqua calda, a mezzogiorno come pure alla sera un mescolo di brodo di poche patate e pepe, quando uno pescava due patate uno era certo che rimaneva senza.
Alla mattina verso le otto davano una grizza di pane di mezzo chilo in due.
Quando la corvè si vedeva da lontano che portava questo pane si radunavano tutti sulla porta della baracca come ragazzini dicendo arriva il pane come se in alto mare avessimo ricevuto un bastimento che dovesse portare un genitore.
Dopo la distribuzione uno tagliava l’altro sceglieva chi tagliava faceva le parti eguali, perché se una parte era più grossa a questo non ci rimaneva di certo.
Malgrado questo fosse di grano turco con patate e paglia macinata, farina e ceci era assai buono, e appena mangiato v’assicuro che una formica non avrebbe trovato una briciola.
Due volte la settimana, alla mattina prima del pane, davano ad ognuno un’aringa, subito se la divoravano testa e coda senza badare se odorasse ne se puzzasse e senza accorgersi se fosse ne maschio ne femmina.
La nostra vita era di dormire, ma sogni lunghi non se ne poteva fare; eravamo sempre coricati e nell’alzarsi somigliamo ad ubriachi, ci doleva la testa, la vista ci vedeva torbido, le tempia somigliava averci due chiodi, e tante volte nell’alzarci si cadeva a bocconi, questo era la gran debolezza.
Ci siamo messi diverse volte a rapporto per l’aumento del rancio ci risposero che l’avrebbero ancora diminuito.
Chi mangiava erba e chi mangiava quello che trovava.
Pur’io gli occhi mi guidavano nella mondizia che gettavano i cucinieri a ricercar residui e guscie di patata per sfamarmi, ma un po’ di buon senso mi disse che questo non mi avrebbe salvato e le buttai.
Però sett’otto non seppero frenarsi di mangiare patate crude ed erba morirono; i dottori ci fecero l’utomia e non ci trovarono altro che quel crudo vegetale e constatarono il caso per via di questo, il suo corpo indebolito e deperito non poté digerire e questi poveretti finirono i suoi giorni.
Durante la distribuzione del rancio chi aveva la gavetta e chi aveva niente.
Certi si procuravano qualche latta, chi si faceva qualche scatola di legno, e chi aveva gniente?
Il proverbio dice: gabbatu u santu passata a festa, ma prima di rimanere a senza si levavano una scarpa e se ne servivano da gavetta dicendo ai cucinieri: metti quà s’altrimenti facevano il salto, in seguito poi hanno dato gavette, cucchiai ecc. [...]
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lunedì 2 novembre 2009

I funerali nella tradizione popolare isolese


In questo giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, mi sembra doveroso pubblicare uno scritto di Maria Luisa Saettone , la moglie del nostro compaesano Marino Cassini, che nel 1957, inserì nella sua tesi di laurea una sezione dedicata alle tradizioni di Isolabona, in questo breve pezzo ci racconta le testimonianze raccolte riguardo alla morte e al successivo funerale.
Anche queste notizie fanno parte della nostra cultura storica popolare, sono gesti e usanze che non si usano più, ma come per le altre, non dobbiamo dimenticarle.
In ultimo vorrei solo esprimere un mio piccolo pensiero, oggi è un giorno in cui noi tutti abbiamo pensato anche solo per un attimo a chi non c'è più, l'abbiamo fatto in modo diverso, magari in silenzio, ma lo abbiamo fatto...

[...]
a cura di Maria Luisa Saettone


Una panoramica degli usi e dei costumi della popolazione di Isolabona non può in alcun modo diversificarsi profondamente dagli usi e dai costumi che in passato erano peculiari delle popolazioni della Val Nervia e delle valli limitrofe, per cui, volendo restringere il campo e prendere in esame unicamente il paese di Isolabona è opportuno limitarsi all’esame di quei soli elementi di cui ancora permane una eco nei ricordi dei più anziani, avendo i giovani tagliato ormai quasi totalmente le radici.
E pertanto, nell’illustrare usi e tradizioni ormai scomparse o in via di estinzione, relativi al folklore economico (caccia, pesca, pastorizia, abitazioni, agricoltura ecc.), a quello familiare-sociale e a quello religioso, si farà riferimento solo ai "ricordi degli isolesi", raccolti durante una ricerca sul territorio effettuata alcuni decenni or sono.



Funerali

Ancor oggi è consuetudine avvertire la comunità della morte di un suo componente mediante il suono delle campane, i cui rintocchi variano secondo il sesso; tre brevi serie di rintocchi se il morto è un uomo, due se una donna. Un tempo si usava pure "suonare l'agonia", consistente in brevi rintocchi cadenzati che risuonavano a lungo e duravano finché la persona non fosse morta.
A morte avvenuta il primo atto era quello di aprire le finestre, atto dettato dall'ingenua credenza che l'anima potesse volare via libera, poi le persiane venivano chiuse. Ogni specchio veniva coperto da un drappo per evitare, come scrive Van Gennep, "de laisser le cadavre se reflechir", in quanto l'anima, se morta in stato di grazia, vedendosi bella nello specchio, per un eccesso di narcisismo, non si decidesse a liberarsi dal corpo.
A Isolabona vigeva l'uso di legare con una fettuccia le caviglie del morto e, in tempi assai antichi, di mettere in bocca ad esso una moneta: reminiscenza dell'obolo pagano con cui si voleva che il defunto pagasse il pedaggio per essere traghettato nell'aldilà.
Il Rossi, citando un passo del "Procaccino ligure", a proposito del corteo funebre scrive: "circa le tre del mattino mi pervenne confusamente all'orecchio un lungo e continuato scampanio. Balzato dal letto e aperte le imposte di una finestra che mette su una piazza vidi avanzarsi una lunga processione di battuti che con torchie facea corteo ad un feretro. Lo seguivano femmine in veste bruna, discinte, scarmigliate, coperto il capo di larghi cappellacci, le quali battendosi il petto e le guancie rompevano in acutissimi gridi di dolore. Attorno al defunto poi deposto non in una bara ma sopra un lettuccio e vestito de' migliori suoi abiti, stavano tutti i più prossimi parenti. Non tardai a richiamare in mente le "preficae", i "vespillones", i "lectuli" e le "neniae" dei romani e mi convinsi dei riscontri che nelle usanze funerali si conservavano tuttora".
Di tale uso non ho riscontrato alcuna memoria nei vecchi isolesi intervistati.
Concluderemo segnalando ancora un antico costume isolese. Sino all’inizio del secolo scorso si credeva nel ritorno temporaneo dei morti nel giorno della loro annuale commemorazione. Al mattino i familiari, prima di recarsi in chiesa per la messa, avevano l'avvertenza di mettere lenzuola pulite nei letti, di lasciar in ordine ogni cosa, di preparare sul desco cibi e bevande e di porre un lume acceso in cima alle scale per dar modo al congiunto morto, se fosse ritornato, di rifocillarsi e di riposarsi.[...]
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sabato 31 ottobre 2009

Novembre e...... ricordi.

Nono mese dell'antico anno romano, che cominciava con Marzo.
Si riteneva che l'undici di Novembre segnasse l'inizio dell'inverno. Gli anglosassoni lo chiamavano "Blot-monath" ( mese del sangue), nome derivante forse dal fatto che a San Martino si uccideva il bestiame per preparare la carne da mangiare durante l'inverno.
"Ene. Brit"


Queste ore di primo Novembre
Arrossano le foglie del rampicante
Come su uno scudo un fiotto intenso,
Improvviso di sangue; Dal bordo all'umbone
Spargono oro e lo esaltano sul manto
Fatato di muschio che gli elfi han ricamato
"R. Browing"

Sia la poesia che le notizie sul mese di Novembre le ho tratte dal libro:
" Diario di campagna di una signora inglese del primo novecento"
scritto da Edith Holden

Questo libro appartiene a quelli dei ricordi della mia adolescenza, me lo regalò un caro amico che per me significava molto in quel periodo in occasione del Natale.
Sono trascorsi quasi trenta anni, lo conservo con tanta cura e ogni tanto lo sfoglio, soprattutto quando c'è il "cambio del mese..."e automaticamente non posso fare a meno di pensare a quel periodo in cui i sogni e i progetti per la mia vita erano al primo posto nei miei pensieri.
Non tutti i sogni si sono avverati e alcuni progetti non li ho potuti realizzare.....
Oggi sono felice e nessun rimpianto mi rattrista quando sfoglio questo libro.

Anche voi possedete libri o oggetti che vi ricordano tempi passati da molto tempo?
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